Renoir in Italia


Un'accesa sindrome panormita non si stanca di ricordare che Wagner e la sua famiglia soggiornarono a Palermo dal novembre del 1881 al marzo del 1882, al Grand Hotel et des Palmes dove completò il "Parsifal" e poi a Villa Gangi ai Porrazzi, distrutta dalla guerra. Non ritorneremo sulla mitologia che è cresciuta rigogliosissima attorno a quel soggiorno in cui i Wagner vennero coccolati dalla society palermitana. Ma tra i fatti raccontati ve n'è almeno uno incontrovertibile e cioè il famoso ritratto che Renoir, costretto a venire a Palermo, riesce a fare al Maestro, sollevato per aver completato il giorno prima il "Parsifal". Per fortuna una lettera di Renoir ci dice tutto dell'incontro e della seduta di posa. Il famoso ritratto fa da copertina al catalogo della mostra "Wagner a Palermo", in corso nella sala pompeiana del teatro dove domani alle 17,30 va in scena "Die Walküre", prima giornata della nuova produzione del "Ring", per la regia di Graham Vick e la direzione di Pietari Inkinen. Renoir viene in Italia nell'ottobre del 1881 in gran segreto con la sua amica e futura moglie (la sposerà dieci anni dopo) Aline Charigot. Dopo Roma e Napoli, approda a Capri, tappa ultima e scenario ideale di quello che si può considerare un viaggio di nozze molto anticipato. Benedetto Patera, nel rievocare in un articolo il viaggio, si sofferma sul quadro dipinto a Capri che ritrae la Charigot «quasi completamente nuda e al dito un significativo anello nuziale». È la "Bagnante bionda" che, commenta Patera, «nell'uso della linea e del volume denota l'influsso delle recenti esperienze italiane». Ai primi di gennaio del 1882 il pittore stava per ritornarsene in Francia quando lo raggiunse una lettera del fratello Edmondo che, su insistenza di amici wagneriani, lo sollecita ad andare a Palermo dove si trova Wagner per fargli un ritratto. Compiega una lettera di presentazione del musicista Jules de Brayer ben conosciuto da Cosima e dal Maestro. Di mala voglia e senza la sua Charigot, lasciata a Napoli, Renoir s'imbarca sul «pacchetto» per Palermo con la prospettiva di «almeno quindici ore di mal di mare». Con prevedibile lapsus lascia a Napoli la lettera di de Brayer. Se ne accorge durante il viaggio e scoraggiato arriva a Palermo. Trova la città «triste» e si avvia mestamente verso un omnibus con la scritta Hotel de France dove prende alloggio. Cerca di sapere dove abita Wagner ma nessuno lo sa tranne ovviamente due tedeschi che lo indirizzano all'Hotel des Palmes. Indeciso sul da farsi invia un telegramma a Napoli perché gli mandino la lettera e intanto sale a Monreale «dove ci sono bei mosaici» e si abbandona «ad un sacco di tristi riflessioni». Tuttavia decide di tentare la sorte. Scrive un biglietto in cui chiede di salutare il maestro e dichiara che sarebbe felice di portare sue notizie a monsieur Lascoux e madame Mendès. Siccome aveva guardato in fretta la lettera ricevuta e dimenticata omette il nome più importante agli occhi di Wagner o di Cosima ossia quello di de Brayer. Lettera in mano si reca alle Palme, la consegna ad un domestico che ritorna quasi subito per dirgli che il Maestro non lo riceveva. Per fortuna l'indomani mattina riceve le credenziali, si ripresenta al domestico che prende la lettera con «disprezzo» e attende. Quasi si nasconde Renoir, pronto subito a scomparire. Quando, invece, incontra Joukovski, il pittore russo al seguito di Wagner, che gli dice di conoscerlo bene; che la signora Cosima è dispiaciuta di non riceverlo immediatamente perché Wagner sta per mettere l'ultima nota al "Parsifal" ed è «in uno stato di malattia e di nervi, non mangia più». Insomma lo prega di tornare l'indomani. Per caso s'incontrano l'indomani mattina alle poste e qui Joukovski gli annuncia che, ieri, 13 gennaio, il "Parsifal" è completato e gli dice di venire puntuale alle cinque del pomeriggio. Renoir si presenta alle cinque e questa volta è accolto dal domestico con deferenza. Lo invita a seguirlo e dopo una piccola serra, lo introduce in un salottino e lo fa sprofondare in una grande poltrona. Renoir attende. E Wagner appare. Scrive Renoir: «È il Maestro, con il vestito di velluto dalle grandi maniche foderate di raso nero. È bellissimo e amabilissimo e mi porge la mano, m'invita a stare seduto e allora comincia una conversazione pazzesca, frammista di hi! e di oh! metà francese, metà tedesco con desinenze gutturali. Sono ben gontento. Ah! Oh! E un suono gutturale». La lettera è davvero esilarante: «Lei viene da Parigi! No, vengo da Napoli e gli racconto la perdita della lettera, cosa che lo fa molto ridere. Parliamo di tutto. Quando dico "noi", non ho fatto che ripetere: Caro Maestro, senz'altro, Caro Maestro e mi alzavo per andarmene, allora mi prendeva le mani ricacciandomi nella poltrona. Aspeddi ancora un boco, mia moglie ora fienee il buon Lescoux gome va ?». Finalmente arriva Cosima che pronuncia male il nome di de Brayer e prontamente Renoir, con grande sconcerto della Cosima, dice di non conoscerlo affatto. Ma subito capisce l'equivoco e per chiarire che non millanta credito fa l'imitazione di Lescoux. Insomma, meglio di Feydeau. Parlano della prima parigina del "Tannhäuser". Commenta Renoir: «Quante assurdità avrò detto! Finivo col cuocere, essendo ubriaco e rosso come un gallo ... Detesta gli ebrei tedeschi e tra l'altro Wolff. Ha demolito Meyerbeer». Però avviene il miracolo e Wagner accetta di posare per lui: «Lei sa- dice- bisognerà essere indulgente, ma farò quel che potrò, se non durerà a lungo non sarà colpa mia». L'indomani 15 gennaio 1882 a mezzogiorno Renoir si presenta e fa il ritratto: «Wagner è stato molto allegro, ma nervosissimo e rimpiangevo di non essere Ingres. Per farla breve, ho sfruttato bene il mio tempo, credo 35 minuti, non sono molti, ma se mi fossi fermato prima, il ritratto veniva bellissimo perché il mio modello alla fine perdeva un po' di allegria e diventava rigido. Ho seguito troppo i cambiamenti .... Alla fine Wagner ha chiesto di vedere ed ha detto: Ah! Ah! Assomiglio ad un pastore protestante, il che è vero. Insomma ero molto felice di non avere fatto troppo fiasco: esiste un piccolo ricordo di quella testa stupenda». Così Renoir che del volto di Wagner ci vuole restituire ammaliato la fluidità dell'allegria, una volta finito il "Parsifal".